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Le età della donna fra natura e tecnologia

19 Ottobre 2008
Si sono conclusi a Torino i lavori scientifici dell’84° congresso della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia che ha registrato un’importante vetrina internazionale e si sono confrontati personalità scientifiche da tutto il mondo. “Nei quattro giorni di questo Congresso – ha ricordato Dorothy Shaw – insigne scienziata, moriranno nel mondo circa 2700 donne durante la gravidanza e nella fase del parto, la maggior parte per cause che possono essere prevenute. E perderemo centinaia di neonati perché le madri non hanno avuto accesso alle cure necessarie”. Nella stessa sede sono stati presentati alcuni dati importanti. Nel mondo, ogni minuto una donna muore per cause correlate alla gravidanza, 110 donne sono vittime di complicazioni correlate alla gravidanza, è commesso un feticidio “femminile”, 5,1 persone sono infettate dal virus HIV e 650 da una malattia sessualmente trasmissibile. Ogni due minuti una donna muore per cancro al collo dell’utero. Ogni otto una donna muore in un Paese in via di sviluppo per complicanze correlate ad aborti compiuti in condizioni di non sicurezza. Ogni 40 minuti una donna è uccisa dal partner. Ogni anno due milioni di donne sono sottoposte a mutilazioni genitali e due milioni di adulti (e bambini) muoiono di Aids. Sono cifre significative, che devono richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e spingere a un cambiamento. “La salute sessuale e riproduttiva – ha continuato Dorothy Shaw – richiede un’attenzione a livello globale. La morbilità e la mortalità delle donne è il risultato del loro ruolo nella riproduzione, cresce in maniera proporzionale rispetto alle ineguaglianze sociali, è eccessivamente elevata, e, soprattutto, è prevenibile”. 
Tra i temi rilevanti trattati nel congresso si è sviscerato quello dell’endometriosi, una malattia cronica e complessa, originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, provocando sanguinamenti interni, infiammazioni croniche e tessuto cicatriziale, aderenze ed infertilità. Colpisce oltre 3 milioni di donne nel nostro paese e spesso si giunge alla diagnosi solo quando si indaga sulle cause di un figlio che non arriva. Il 30% di chi sospetta un’infertilità scopre di soffrire di endometriosi. Non vi è infatti sufficiente conoscenza di come si manifesta: infatti, se è asintomatica nel 20-25% dei casi, per il restante 75- 80% presenta sintomi estremamente diversi che possono però interferire sensibilmente sulla condizione generale della donna. I costi sociali e l’impatto della patologia sono altissimi: nell’Unione Europea si stimano circa 30 miliardi di euro in giorni di lavoro persi a causa della malattia, senza includere il costo di medicinali, chirurgia, tentativi terapeutici ripetuti, fecondazione in vitro e altre terapie per l’infertilità. Uno studio europeo del 2005 fotografa chiaramente come l’endometriosi sia molto debilitante per la donna: nell’81% delle interviste sono emersi disturbi del sonno, nel 79% riflessi sulla vita lavorativa, nel 77% rapporti sessuali dolorosi quando non addirittura impossibili, con pesanti ripercussioni sulla vita di coppia. Da tempo le associazioni di pazienti si battono per il riconoscimento dell’endometriosi come malattia cronica di interesse sociale, chiedendo agevolazioni sul ticket e il riconoscimento dell’ invalidità per i casi più gravi. secondo una recente indagine meno del 50% delle donne che accusava i primi sintomi è stato preso in seria considerazione dal medico, il 65% è stato mal diagnosticato e il 46% ha dovuto consultare almeno cinque specialisti prima di ottenere una diagnosi corretta. 
Altro tema importante è stato quello della tutela della salute della donna migrante e la provenienza degli utenti rimarca il trend di origine degli stranieri in Italia: la Romania rappresenta il 51%, seguita da Perù, Ucraina e Moldavia. Le richieste riguardano a 360° l’aspetto legale, sociale, sanitario e lavorativo, compresi i bisogni di prima necessità. La finalità dell’intervento deve perseguire un principio cosiddetto ‘positivo’, cioè partire da una richiesta per concretizzare un aiuto alla donna. Tra le immigrate provenienti dai Paesi a economia meno avanzata, i fattori di rischio individuali sono ancora una volta povertà ed emarginazione, dove per povertà non si intende solamente quella economica, ma soprattutto sociale, culturale ed educativa. Se si considerano poi altre variabili quali la giovane età, la multiparità, l’alta prevalenza di anemie, di infezioni dell’apparato genito-urinario, il disagio interculturale e le condizioni socio economiche precarie, emerge allora il profilo di una popolazione altamente esposta alle malattie e alle complicanze. L’accesso alle strutture spesso non è possibile, soprattutto per gli orari che non consentano alle donne straniere, ad esempio le badanti - i cui ritmi non si conciliano con quelli delle strutture pubbliche - di essere accolte. Quando scelgono di abortire, le donne straniere sono anche più a rischio di cadere nei canali dell’irregolarità. Si registra un allarmante ritorno alle ‘famose’ mammane locali, etniche o italiane o ai più atroci viaggi della speranza/disperazione ovvero il rimpatrio ai Paesi di appartenenza per interrompere la gravidanza facendo poi ritorno in Italia. Prioritario diventa impegnare mediatori interculturali formati ad hoc, che non sappiano solo parlare la lingua ma che fungano da ponte tra le strutture del territorio e le istituzioni, tra il cittadino e quello che può essere lo sviluppo sociale della salute pubblica. 
Un argomento ancora poco esplorato, ma che presenta in base alle più recenti evidenze implicazioni dirette sul benessere e la salute della donna e, nello specifico, su quella ostetrico-ginecologico è stato sui difetti del sonno, fondamentale alleato della salute femminile, di cui solo recentemente si cominciano a comprendere le potenti ripercussioni: diverse e persino sorprendenti. A questo tema è stata dedicata una sessione di pomeriggio. Fra le novità di maggior rilievo ed impatto vi è la dimostrazione che dormire abitualmente meno di 6 ore aumenta significativamente il rischio di obesità e diabete. In particolare, la relazione fra carenza di sonno e obesità si esplicita attraverso l’incremento di alcuni neuromediatori che aumentano l’appetito soprattutto per cibi grassi e dolci, e la riduzione della leptina, che agisce invece diminuendo l’appetito. Una crescente mole di evidenze sostiene inoltre il rapporto fra alterazioni del sonno croniche e peggioramento con riacutizzazione di malattie infiammatorie croniche quali l’asma, la sindrome del colon irritabile, l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico. Inoltre, la carenza cronica di sonno si associa a disturbi neurocomportamentali, a ridotta efficienza della memoria operativa, deficit di attenzione con aumento di vulnerabilità a incidenti domestici, professionali e stradali, ridotta concentrazione, riduzione del tono dell’umore e aumento di pensieri ossessivi. Meritano particolare attenzione inoltre alcune conclusioni che rivelano come la qualità del sonno in gravidanza, sia un efficace indicatore di possibile rischio psicopatologico, data l’alta prevalenza dei disturbi depressivi in gravidanza e soprattutto in puerperio, specie nelle madri adolescenti. Relativa mente alle alterazioni del sonno, l’effetto più dimostrato riguarda il russare e le apnee durante il sonno. In questo congresso infine si è parlato della depressione post-partum, della vaccinazione contro il papillomavirus e di tantissimi altri argomenti.